Come siamo andati in Serie A: primo capitolo

Foto: Archivio Alessandro Russo

Foto: Archivio Alessandro Russo  Foto: CalcioCatania.com

Primo appuntamento con le memorie rossazzurre di Mario Corti, giocatore del Catania dal 1957 al 1964

Buongiorno e benvenuti.
Buongiorno a chiunque si sia sintonizzato sulle frequenze di calciocataniapuntocom.
Benvenuti su questa nuova rubrica che si chiama Come siamo andati in serie A e che va in onda per la prima volta quest’oggi, anno di grazia duemilaediciannove, giovedì ventuno febbraio, appena un po’ dopo che il sole si è innalzato. Chi avesse il ghiribizzo di passar con noi un paio di minuti è giusto che tenga a mente alcune cose. La prima è che il sesto e ultimo capitoletto di Come siamo andati in serie A vedrà la luce qui sulle frequenze di calciocataniapuntocom un quarto d’ora dopo l’albeggiare, minuto più o minuto meno, di giovedì ventotto marzo duemilaediciannove. Per farla breve, a partire da oggi, giovedi ventuno di febbraio fino ad arrivare a giovedi ventotto di marzo, si srotoleranno qui su calciocataniapuntocom un totale di sei puntate di Come siamo andati in serie A. Nondimeno, ricomincio ora con la prima, che è questa qui che stai leggendo adesso e che, perdindirindina, non si decide ancora a entrare nel suo clou. Eccolo qua, ordunque il culmine della prima puntata di questa nuova rubrica, che proverò perfino a suddividere in quattro piccoli punti.

Punto uno. È grazie al provvidenziale intervento di mister Alfio “Ciccibelli” Lombardo e del buon Bruno Marchese (che masticano di p.c. e di diavolerie elettroniche assai più di me) se sono qui oggigiorno in formato leggibile tutte le paginette di Come siamo andati in serie A.

Punto due. Se la memoria non m’inganna ancora, all’incirca trentadue mesi orsono, giorno più, giorno meno, capitò un fatto che ebbe per protagonista l’attuale amministratore delegato del Calcio Catania. Ebbene egli infatti il nove giugno duemilaesedici, cioè nel momento esatto in cui per amore tornava “in sella” al liotru, promise a tutti noi tifosi rossazzurri del pianeta che «Cascasse il mondo, impiegheremo quattro o cinque anni, ma tornermo in serie A, lo giuro.»

Punto tre. Parrebbe che da cinque anni e rotti, il così designato tifoso del Calcio Catania la luce non la stia vedendo più. Questa cosa qui del buio pesto non la proferisco io solo ma me la sento ripetere quasi ogni benedetta mattina da due persone in carne e ossa che da tanto tempo godono della mia stima. Questi due signori portano il nome uno di Rosario e l’altro di Carmelo e, tra tutti coloro i quali lavorano nell’ospedale dove anch’io presto servizio, sono tra i pochi che con ininterrotto tormento continuano a seguire ogni giorno l’andamento dell’elefante rossazzurro. A dirla tutta, la comparsa in scena di Rosario e Carmelo è stata e sarà fondamentale per il seguito di Come siamo andati in serie A.

Punto quattro. Propriamente l’intestazione scelta per codesta rubrica fa riferimento a un volumetto regalatomi una quindicina d’anni orsono dal collezionista Angelo Cocuzza, un libricino genuino come il pane fatto in casa e che s’intitola Come siamo andati in serie A. Stampato nel lontano mese di giugno del millenovecentosessanta presso la Tipografia Etna di via Ventimiglia tredici in Catania, trattasi di un’antologia di ricordi scritta da un alfiere etneo a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, centonovanta presenze e una rete in sette memorabili stagioni tinteggiate di rossazzurro: Mario Corti.
Il volumetto è un delizioso libro ricco di aneddoti e mi piacerebbe che lo leggessero quante più persone possibile, tifosi rossazzurri e non.

 



COME SIAMO ANDATI IN SERIE A
Dedico questo libro ai tifosi catanesi: essi sono stati quelli che hanno regalato a me ed a molti altri miei compagni di squadra le più belle soddisfazioni della nostra carriera di calciatori, e ad essi va perciò tutto il nostro ringraziamento, la nostra stima, il nostro affettuoso pensiero. Senza paura di smentite, posso sinceramente dichiarare che quello rossazzurro è uno tra i migliori pubblici che mai mi sia capitato d'incontrare nei tanti stadi italiani in cui ho giocato. A volte riesce ad essere anche severo ed esigente, ma quasi per un eccesso di stima verso di noi che apprezza e che vorrebbe perciò sempre vedere giocare al meglio delle nostre possibilità. Ripeto: ho avuto a Catania le mie più belle soddisfazioni di calciatore ed è a questo pubblico che tante volte ha affettuosamente sostenuto le mie fatiche sul campo che voglio dedicare questa mia piccola antologia di ricordi sportivi in rossazzurro. Mario Corti

CAPITOLO 1. COME DIVENTAI CALCIATORE
L’idea di scrivere un libro (un piccolo libro), sul Catania e sulla mia carriera di calciatore mi venne un giorno di gennaio. Era un giorno grigio e lungo, pieno soltanto di tanta pioggia che aveva ridotto il “Cibali” ad un pantano, ed io ed i miei compagni di squadra eravamo rimasti tappati negli spogliatoi saltando l’allenamento e rimandandolo all’indomani. Mentre gli altri scambiavano tra di loro le solite quattro chiacchiere, io invece mi tirai su il bavero dell’impermeabile ed uscii sulla pista a godermi la pioggia ed a guardare le tribune vuote. Fu allora che pensai per la prima volta di raccontare agli sportivi rossazzurri i tanti episodi di cui è stata composta la promozione della “loro” e della “nostra” squadra in Serie A, i tanti episodi di cui è infiorettata la breve carriera di un calciatore.

Naturalmente mi auguro che nessuno rida di questo mio lavoro: il mio mestiere, lo sapete, è tirare calci ad un pallone e non gingillarmi con le parole. Tuttavia spero di riuscire a trovare lo stesso quelle più indicate per farvi una breve storia del Catania 1959-60, delle sue aspirazioni, delle sue battaglie, delle sue sofferenze (abbiamo avuto, sì, anche quelle), delle sue soddisfazioni.

Anzitutto forse è bene che io mi presenti perché non sono affatto sicuro che tutti mi conoscano ed ho una tremenda paura di sembrare uno che si sopravaluti. Dunque: mi chiamo Mario Corti e sono nato a Genova meno di ventinove anni addietro, Genova, dovete sapere, è una gran bella città, grande e piena di sole come soltanto una città marinara può esserlo, con tante piazze dove i ragazzini vanno a giocare interminabili partite con una palla di stracci o, nei casi più fortunati, con un vecchio e rappezzatissimo pallone di cuoio. Naturalmente cominciai anch’io, così marinavo la scuola, arrivavo in piazza, mettevo i libri a far da segnaporta e mi gettavo in mezzo alla mischia cercando di dare quante più pedate potevo al pallone. Dove andasse non importava, eravamo in tanti a giocare allora che tutto quello che contava era riuscire ogni tanto a colpirlo con un calcione.

Un giorno un capoccione che m’aveva visto giocare diverse volte, anche partite pressoché regolari con sette giocatori da una parte e sette da un’altra e con tempi variabili da mezz'ora ad un’ora ciascuno, mi chiamò e mi disse: «Mario, giovedì procurati un paio di scarpe come quelle che usano i veri calciatori, proprio da football insomma, ed aspettami alle 16 in piazza De Ferrari. Voglio portarti a farti vedere da quelli della Sampdoria, mi pare che cercano un elemento come te per la loro squadra ragazzi».

Andai, naturalmente, e cominciò così la mia carriera vera e propria di calciatore. Avevo solo 13 anni e l'anno appresso ero già centromediano titolare della squadra ragazzi della Sampdoria dove rimasi a farmi le ossa, come si suol dire, fino a 17 anni. A quest'età venni dato in prestito al Piombino dove disputai quasi per intero un durissimo campionato di Serie B giocando da laterale in coppia con Bonci (era la stagione calcistica 1949-50). Bonci allora era molto giovane anche lui, pur se sempre di qualche anno più anziano di me, e formammo proprio una bella linea mediana, tanto è vero che l'anno successivo lui andò al Vicenza ed io tornai alla Sampdoria mia società di origine che mi utilizzò in Serie A nel ruolo di centromediano.

Ricordo ancora la volta che esordii allo stadio di Marassi con la Samp. Giocavamo, se rammento bene, contro la Pro Patria ed io non disputai certamente una grande partita: la notte prima non avevo letteralmente dormito dall'emozione e quando fui in campo mi sentivo come ubriaco, le gambe non rispondevano alla mia volontà e sembrava che mi tenessero inchiodato a terra. Col passare dei minuti mi rinfrancai, ma quella rimane per me un’esperienza terribile che ricorderò per tutta la vita. Nella Samp rimasi solo un anno, poi venni ceduto al Monza dove giocai per quattro stagioni e da dove venni acquistato tre anni addietro dal Catania. Intanto mi ero sposato ed avevo avuto una bambina, Patrizia che adesso ha già cinque anni ed alla quale si è aggiunto un fratellino, Maurizio, che ha ancora appena un anno e mezzo.

Pur venendo da una società (il Monza) dove in fondo mi ero trovato abbastanza bene, a Catania sentii subito di aver trovato l'ambiente ideale, forse perché anche Catania è una città marinara come Genova dove, come vi ho già detto, sono nato, forse perché qui la gente è veramente vicina alla squadra ed ai giocatori. Di certo c'è che in tre anni che mi trovo all'ombra dell'Etna sono sempre stato benissimo, e questo per un calciatore significa già tanto, perché poi alla domenica anche i nostri intimi stati d 'animo si riflettono sul campo.

Il primo anno che giocai nel Catania, tre stagioni addietro, ottenemmo un dignitoso piazzamento di centro classifica, poi l'anno scorso per poco non rischiammo di ruzzolare in Serie C, infine quest'anno siamo riusciti a trovare l'annata buona ed a dare agli sportivi catanesi la soddisfazione che da anni giustamente aspettavano: vale a dire il ritorno della loro squadra nella Serie A dalla quale sei anni addietro era stata estromessa non per scadente classifica ma per pasticciate beghe scandalistiche.

Ecco, adesso sapete davvero tutto quello che c’era da sapere sulla mia vita di calciatore. Non è niente di speciale, lo so, ma ho voluto raccontarvela lo stesso così saprete almeno che razza di uomo è quello che alla domenica si mette sulle spalle la maglia rossazzurra numero sei e che adesso s'è ficcato in testa di buttar giù i non molti capitoli che seguiranno.

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