Catania-Taranto 0-0: Giudizio sospeso

Pozzebon si rammarica

Pozzebon si rammarica  Foto: Nino Russo

L'ennesima rivoluzione tecnico-tattica disorienta la squadra. Servono ulteriori verifiche, soprattutto in trasferta.

In virtù del pari maturato contro il Taranto e del contemporaneo successo della Virtus Francavilla nello scontro diretto contro il Cosenza, salgono a 9 i punti che separano il Catania dal quinto posto, che fino alla scorsa settimana veniva considerato dall'intero ambiente come l'obiettivo minimo stagionale. Dopo la debacle di Agrigento, è stato Pietro Lo Monaco in persona ad abbassare l'asticella, indicando quale nuovo target il raggiungimento del sesto posto, che resta a portata di mano (due punti da recuperare al Cosenza, quattro nel caso in cui l'Andria dovesse battere stasera la Casertana). Indipendentemente dalla posizione dalla quale si accederà ai playoff, ciò che conta però davvero è il modo in cui questa squadra ci arriverà. Le indicazioni che emergono dalla partita odierna, purtroppo, non sono confortanti, ma è opportuno concedere al nuovo tecnico Petrone un po' di tempo e osservare in particolar modo quello che sarà l'andazzo nelle gare disputate fuori casa.

Esordio “identitario” per Petrone
Nonostante si sia insediato soltanto da pochi giorni, Mario Petrone conferma la propria fama di tecnico integralista, dalla vocazione offensiva, ed opta immediatamente per il proprio modulo preferito, il 4-2-3-1, nel quale convivono, per la prima volta in questa stagione nei loro ruoli naturali, i “tre tenori” Russotto, Mazzarani e Di Grazia. In attacco c'è spazio soltanto per uno tra Pozzebon e Tavares e il prescelto è il numero 9. Il ritorno alla difesa a 4 implica l'accentramento di Marchese al fianco di Drausio. Le esigenze di copertura della mediana e di complessivo equilibrio della squadra vengono smentite dalla conferma di Scoppa al fianco di Biagianti: niente rilancio dal primo minuto per Saro Bucolo.
Si è insediato da poco, sulla panchina del Taranto, anche Ciullo, ma l'impresa della scorsa giornata, in cui ha vinto contro il quotato Foggia di Stroppa, induce il tecnico pugliese a confermare un 4-5-1 che ha in Magnaghi il proprio riferimento offensivo, chiamato a fare a sportellate con la difesa avversaria per far salire i compagni, ed in Potenza e Paolucci gli esterni dai quali ci si attendono le giocate volte a creare situazioni pericolose.

Manca il legame tra il centrocampo e l'attacco
Sin dai primi minuti si possono notare le novità introdotte da Petrone, che vanno al di là dello schieramento complessivo di partenza. In particolare, Scoppa agisce qualche metro più avanti rispetto a Biagianti, lasciando al capitano ogni compito di interdizione (e il numero 27, in questo, oggi è stato impeccabile), e facendo parecchio movimento per smarcarsi e ricevere il pallone. Allo stesso modo Mazzarani si abbassa parecchio, contribuendo alla formazione in alcune fasi di un 4-3-3 di rigoliana memoria. Nonostante le intenzioni testimoniate da questi accorgimenti, Petrone non riesce nell'impresa di legare i reparti e per la maggior parte del match l'attacco, comprensivo degli esterni, sembrerà un corpo estraneo rispetto al resto della squadra. Complice, da un lato, l'incapacità di tutti i centrocampisti di verticalizzare in modo continuo ed efficace, e dall'altro la scarsa predisposizione di Di Grazia e Russotto al dialogo. In questo contesto, di fronte ad un avversario chiuso a riccio come il Taranto, l'unica vera occasione capita quando la retroguardia ospite pasticcia regalando a Russotto la possibilità di calciare in area a porta parzialmente sguarnita: il destro del numero 10 si spegne però a fil di palo. La difesa etnea, orfana di Bergamelli, non subisce grossi pericoli, ma desta l'impressione di non essere particolarmente imperforabile, dal momento che Magnaghi riesce quasi sempre ad addomesticare i palloni lanciati dalla propria difesa e appoggiarli ai centrocampisti. Per fortuna l'atteggiamento della compagine di Ciullo è fin troppo guardingo e quasi mai i giocatori in maglia gialla riescono ad affacciarsi in modo pericoloso dalle parti di Pisseri.

Col 4-2-4 si gioca “in the box”, ma Pozzebon si divora il gol della vittoria
Ad inizio ripresa i ragazzi di Petrone cominciano ad accusare un po' di stanchezza, riducendo i movimenti e finendo con l'ampliare sempre più la distanza tra i reparti. Si comincia a ricorrere al lancio lungo a più di mezz'ora dalla fine, così il tecnico napoletano anticipa i tempi e già al 60° fa entrare Bucolo e, soprattutto, Tavares, al posto di Scoppa e Mazzarani. L'obiettivo è quello di recuperare più facilmente la sfera in mediana, grazie all'apporto del numero 4, e giocarsi una carta in più nell'area avversaria con la presenza dell'attaccante portoghese, che aiuta Pozzebon a trovare maggiori spazi. Chi lascia le cose come stanno è Ciullo, che effettua soltanto cambi “ruolo per ruolo” (nel caso di Pirrone reso necessario dall'infortunio di Guadalupi). Biagianti e compagni si sbilanciano e offrono agli avversari maggiori spazi in contropiede, ma non subiscono mai offensive letali. Il problema è che i continui affondi sulle fasce, in particolar modo su quella sinistra, poi rinforzata anche dall'ingresso di Barisic al posto di uno stanco Russotto, si concludono con un nulla di fatto. In un clima di tensione testimoniato dai stessi rossazzurri (in particolar modo Biagianti e Marchese, che provano a suonare la carica strigliando i compagni e lottando su ogni palloni), arriva la più grande occasione della partita: la difesa tarantina dimentica Pozzebon, servito nell'area piccola da una sponda area di Di Grazia, ma l'ex Messina si fa murare la sforbiciata da Maurantonio, non confermando la propensione al gol di rapina mostrata col Matera. A nulla portano gli assalti tentati nei successivi, ultimi, minuti.

Messina, vera prova del nove
Per quanto deludente possa essere un pari interno a reti bianche con una formazione in lotta per evitare i playout, non era comunque questo il vero banco di prova al quale era chiamato mister Petrone. Il ritorno al successo in trasferta, che manca ormai da quasi tre mesi, potrebbe legittimare il cambio della guida tecnica (altrimenti insensato) e restituire serenità ad un gruppo che è sembrato troppo nervoso e confuso dai continui cambi di formazione e dalla carenza di risultati. Per questo è quanto mai importante andare a fare risultato al Messina, indipendentemente da ogni considerazione sul fattore emotivo/ambientale legato al derby e alle gravi difficoltà societarie in cui versa la società peloritana. Giunti a questo punto della stagione, una posizione in più o in meno non cambierà l'esito della stagione, e soprattutto della relativa coda. Ciò che conta davvero (repetita iuvant) è che si arrivi ai playoff con una squadra che abbia finalmente un'identità ed anche consapevolezza dei propri mezzi. Non sarà un'impresa facile, ma Petrone è qui per questo: gli auguriamo di cuore di non farci rimpiangere Pino Rigoli.