Dieci piccoli imprenditori e una Torre troppo grande

Oggi si gioca una partita decisiva: quella che stabilirà se Torre del Grifo resterà casa del Catania


Catania, ore dodici.
Niente cori, niente tamburi, niente curve che s’infiammano. Solo una sala d’asta color polvere e un brusio da anticamera dell’anima.
Eppure, oggi, lì dentro, si gioca una partita decisiva: quella che stabilirà se Torre del Grifo resterà casa del Catania o diventerà l’ennesimo trofeo da esibire in qualche salotto col pavimento lucido.
Noi lo diciamo senza infingimenti: il Catania non lascerà Torre del Grifo ai dieci piccoli imprenditori.
E, soprattutto, loro non se lo faranno lasciare.


Perché certe storie non si decidono a colpi di deleghe notarili: hanno il loro metabolismo, i loro anticorpi, il loro istinto di sopravvivenza.
I dieci piccoli imprenditori – categoria antropologica più che economica – sembrano usciti da un racconto di Foster Wallace ambientato all’ombra dell’Etna: uomini di buona volontà, resi tragicomici dall’idea di essere protagonisti di qualcosa di “civico”.
Li immagini entrare in aula con lo stesso entusiasmo con cui si apre una bottiglia di Nero d’Avola d’annata, convinti che basti il gesto per diventare parte del brindisi.Dieci ego in cerca d’autore, pronti a condividere l’illusione di “salvare” ciò che non è mai stato perduto.

Nel frattempo Pelligra sa che il suo gesto non può essere quello del collezionista, ma del custode: un verbo che i dieci, con tutto il loro zelo imprenditoriale, non sembrano nemmeno conoscere.
L’asta di oggi, in fondo, è uno specchio di Catania: riflette la sua generosità, il suo provincialismo, la sua voglia di farsi bella davanti allo specchio.
Eppure, tra un’offerta e una dichiarazione d’intenti, resta una certezza: Torre del Grifo non appartiene a chi la desidera, ma a chi è pronta a sostenerla ogni giorno, anche quando perde.

Alla fine, qualunque sia il verdetto, nessuna S.r.l. potrà mai comprarsi l’odore dell’erba tagliata dopo la pioggia, o il suono delle giovanili che si allenano al tramonto.
Quella non è roba da bilancio: è una forma di ossessione condivisa, un’educazione sentimentale.

E mentre i dieci piccoli imprenditori sfogliano il regolamento dell’asta come fosse un menù degustazione, il Catania – quello vero – farà la sua offerta e andrà avanti.
Perché certe passioni costano, sì. Ma restano sempre l’investimento più autentico di questa città.

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