Catania-Benevento: il pienone, il dibattito e l’eterno ritorno dello stadio ideale
Il Massimino si prepara all’ennesimo sold out, e con lui torna il dibattito sul nuovo stadio.
Curve polverizzate in quattro ore. Quattro. Come a dire: il tempo di una mezza giornata di lavoro, un paio di riunioni su Zoom e già non resta un seggiolino libero. Il Massimino si prepara all’ennesimo sold out, e con lui torna, come un ritornello in un disco che amiamo ma che un po’ ci fa male, il dibattito sul nuovo stadio.
L’argomento, si sa, non muore mai. Riemerge ogni volta che la passione rossazzurra si fa così densa da rendere palpabile la sproporzione fra il desiderio collettivo e il cemento armato. E allora eccoci: progetti, rendering, sogni di cattedrali moderne, plastici con curve bianche e linee sottili come promesse.
A scanso di equivoci, diciamo la nostra.
Uno stadio da 30.000 posti per Catania è sovradimensionato.
Un impianto da 25.000 è più che sufficiente, e soprattutto deve essere vivo, non monumentale. Un luogo da abitare, non da venerare.
E per carità, niente pista di atletica: quel fossato in tartan che da decenni separa il tifoso dal campo come una distanza affettiva non richiesta. Non la usa nessuno, se non il tempo che passa e la memoria delle Universiadi.
Quanto alla posizione: resti dove sta, nel cuore della città. Il Massimino è un punto cardinale emotivo, e non si sposta. È servito dalla metropolitana, che in un futuro non lontano collegherà anche l’hinterland direttamente agli spalti. È, insomma, già dentro il tessuto urbano e sentimentale del catanese.
Altrove, questo non è un problema.
A Londra, per esempio, Loftus Road, lo stadio del QPR, è incastonato tra le case di Hammersmith e Shepherd’s Bush: lo raggiungi in metro, giri un angolo e ti ritrovi dentro un’altra dimensione, quella dove il calcio è parte del quartiere, non un corpo estraneo.
Così come il Craven Cottage del Fulham, affacciato sul Tamigi, o il Stamford Bridge del Chelsea, che convive da sempre con condomìni e uffici. Nessuno si lamenta, la polizia non chiude i quartieri, nessuno teme la folla. La gente arriva, guarda la partita, torna a casa. Civiltà calcistica, la chiamano.
Forse dovremmo imparare da loro che la modernità non è nei metri cubi di cemento, ma nella capacità di integrare la passione dentro la città, non ai suoi margini.
Prima di immaginare nuove curve di cemento, impariamo a non disperdere quella — più preziosa — che si forma ogni volta che Catania gioca in casa: la curva emotiva di un popolo che, ancora una volta, riempie tutto.
