Questo era Ciccio, il capo ultrà del Catania

Un sorridente Ciccio Famoso stringe caramente il Cavaliere Angelo Massimino

Un sorridente Ciccio Famoso stringe caramente il Cavaliere Angelo Massimino  Fonte: CalcioCatania.com

Il ritratto di Ciccio Famoso, storico leader della tifoseria catanese, nei ricordi di Alessandro Russo

«Con la morte di Ciccio Falange -scrive Lorenzo Velardi- non mi lega più niente al Calcio Catania» «Caro Ciccio Famoso –prosegue Roberto Ricca- hai lottato tutta la vita in nome dei tuoi ideali. Ricorderò sempre il tuo modo di parlare e il coraggio di criticare guardando sempre negli occhi. Occhi che erano di una persona buona, ricca di una grande umanità. Non ti sei mai nascosto ma hai sempre affrontato tutto e tutti a petto in fuori e sguardo fiero. Ciao Capo» «Un saluto a te- parola di Davide Baiocco- grande Ciccio Famoso, cuore rossazzurro. Grazie per quello che mi hai dato nell’esperienza calcistica catanese. Riposa in pace»

Dotato d’una vitalità esuberante, Ciccio Famoso è stato il più grande capo ultrà della storia del Catania. La sua voce schietta e inconfondibile riproduceva perfettamente la persona: vera, spontanea e cordiale. Era un simpatico ragazzo di sessant’anni a cui veniva perdonato qualsiasi eccesso. Piccoletto di statura, aveva sopracciglia folte e un paio di occhi vivaci come le onde del mare. Da giovanotto faceva l’orafo e per un po’ gli toccò d’emigrar in Piemonte. Poi, tornato nella sua Catania, lavorava vicino alla Questura; un pomeriggio, alla fine degli anni settanta, si ficcò in testa di creare la “Falange d’assalto” con sede in Piazza Federico di Svevia, di fronte al Castello Ursino. «Credere, agire, combattere»- si sgolava con i giovanotti che gli capitavano a tiro. «A noi catanesi -insisteva e intanto li arruolava nel club- non devi toccare tre cose: la famiglia, Sant'Agata e il calcio Catania». Nel giro di pochi mesi, divenne il comandante d’una pattuglia di tifosi rossazzurri irremovibili. Era un vero condottiero e quando giocava il Catania lui c’era sempre: in piazza Spedini e nelle estremità meno accessibili dello Stivale italico. «La regola più importante –ripeteva cadenzando bene le parole- è la disciplina, poi ci si può pure divertire ma se ognuno va per i fatti propri, allora la curva non la riprendi più. La curva non è come la tribuna, la curva è un’altra cosa. In curva non c’è tempo e modo di vedere la partita, in curva è tutto diverso». In mezzo a mille tamburi, nascosto dalla fitta coltre nebbiosa dei fumogeni, s’ergeva in piedi sulla ringhiera della curva: sotto di lui, due omaccioni lo tenevano in bilico in piedi. Lassù, in una posizione davvero precaria, Ciccio orchestrava i cori e pareva stesse accarezzando le nuvole. «Questo Catania è nostro !» -gridava col megafono appiccicato alle labbra.

Ciccio Famoso, in piedi sulla destra, nel giorno delle esequie di Angelo Massimino 



Una volta mi raccontò della partita col Gravina giocata in quel di Fontanarossa perché in città aveva piantato le tende pure l’Atletico, definendo quella giornata la più umiliante della sua vita. Aggiunse che quella gara io non potevo ricordarla perché l’unico spettatore presente era lui. A Roma, una mattina d’estate di parecchi anni fa, insieme a Pippo, Michele e Giovanni s’incatenò sotto la sede della Federazione. Era Ciccio un personaggio un pizzico folcloristico ma sinceramente appassionato, era un leader di rilievo nazionale. Una volta, dopo una sconfitta disonorevole, decretò di bruciare uno striscione lungo quaranta metri; un’altra volta intimò ai suoi di non andare a Palermo ma quelli entrarono alla Favorita senza di lui. Una domenica a metà degli anni novanta, al ritorno da una trasferta calabrese, era alla guida d’un pulmino e salvò alcuni giocatori rossazzurri rimasti a piedi per un guasto all’autobus e inseguiti dai tifosi avversari. L’appartenenza all’intera comunità catanese era la sua marcia in più, logico che le battaglie più belle le combattesse con gli odiati “cugini” rosanero. A Gaetano Sconzo, un giornalista di Palermo di cui aveva grande stima, una volta disse: «Quannu valissi vossia, su nun fussi palermitano».

Di tanto il tanto, nel vecchio Cibali, le sue urla si facevano meno gentili del solito. «Au carusi, cama fari! Auuuu fozza: tifate ! A pattita va viriti rumani a Teletna: i vulemu isari sti manu. Tutti di qua, niente di la, Il Catania è questo qua. Franco Proto non t’incazzare l'importante è partecipare». «Ciccio, Ciccio, il capo degli ultrà»- gli rispondeva festante l’intera curva. Ascoltava le canzoni di Pino Daniele e proteggeva i piccoli tifosi che entravano allo stadio; una sera, con una bomboletta, cambiò il segnale stradale da “Forza d’Agrò” in “Forza Catania”. Ai funerali del Presidentissimo stette accanto al feretro per l’intera durata delle esequie e piangeva come una fontana: «Io e Massimino eravamo come cane e gatto. -ribadiva- Il presidente sapeva che ero ancora più tifoso di lui, ma lui era un signore e faceva parte di tutti noi. La sua morte è un dramma». Impossibile immaginare la vita di Ciccio al di fuori del Catania; epperò in un prezioso documento capitato sotto i miei occhi, lessi una sua dichiarazione che oggi ricopio fedelmente: «Se non avessi fatto l’ultrà sarei diventato il Damiani della situazione». È la tesi di laurea in Scienze politiche del carissimo Simone Camurri, contiene una bella intervista a Ciccio e ha per titolo “Analisi storica, sociale e culturale sul mondo delle tifoserie ultras”.

«Con Ciccio Famoso –chiude il cerchio l’amico Filippo Fabio Solarino- se ne va pure una testimonianza vivente di un certo calcio che si è estinto e che rende il nostro molto più povero. Ciccio era un pezzo di storia vivente e ha iniziato fare le trasferte ben prima che nascesse il movimento ultrà: era quello che impersonava meglio le contraddizioni del tifoso catanese. Piacesse o no, ha simboleggiato gli avvenimenti degli ultimi quarant’anni del Catania molto più che personaggi mercenari e presidenti che hanno sporcato la maglia».