Lecce-Catania 1-0: Impotenti

La delusione nei volti dei giocatori etnei a fine partita

La delusione nei volti dei giocatori etnei a fine partita  Fonte: Nino Russo

Pulvirenti controlla il Lecce per un tempo, poi non riesce a tirare fuori dai suoi quanto necessario per rimontare lo svantaggio.

E fu così che ci ritrovammo fuori dai playoff. Il raggiungimento dell'obiettivo minimo, dato per scontato fino alla scorsa settimana, comincia ad apparire complesso, a causa dell'evidente flessione (tecnica, fisica e psicologica) evidenziata dal Catania negli ultimi, nerissimi – eccezion fatta per l'acuto di Messina – trenta giorni. Da Agrigento in avanti è crollata ogni certezza. Con l'addio di Rigoli è venuto meno il mito della solidità difensiva (oggi, per l'ennesima volta, se gli etnei hanno evitato l'imbarcata devono ringraziare San Pisseri); con l'avvento di Petrone si è incrementata quella mancanza di identità cagionata dai continui cambiamenti di modulo; adesso, con la sconfitta di Lecce – che di certo non può essere imputata a un trainer, Giovanni Pulvirenti, che ha diretto giusto qualche seduta d'allenamento – si esaurisce l'iniezione di speranza fornita dal piazzamento in classifica. Il sesto posto si allontana (il Siracusa sempre più rivelazione vola a cinque punti di vantaggio) e non si intravede una via d'uscita dal tunnel in cui si sono cacciati i rossazzurri. Tant'è che non sembra più così improvvida l'idea lanciata da qualche tempo da alcuni tifosi e addetti ai lavori, vale a dire quella di cominciare a lavorare nell'ottica della prossima stagione, lanciando qualche giovane (compresi i migliori prospetti della Berretti), al fine di verificarne l'utilità alla causa. In questo senso, la conferma di mister Pulvirenti nel ruolo di traghettatore sino a fine campionato sembrerebbe la soluzione migliore, anche da un punto di vista amministrativo: mettere a libro paga un altro allenatore con la prospettiva, nella migliore delle ipotesi, di qualificarsi ai playoff e poi esserne rapidamente estromessi, non sembra francamente opportuno, a maggior ragione alla luce delle recenti dichiarazioni dell'ad Lo Monaco, che avrebbe individuato il tecnico sul quale puntare per il futuro, a partire dal prossimo mese di giugno.

Torna la difesa a 3, Di Grazia sperimentato nel ruolo di mezzala
Archiviata in men che non si dica “l'epopea petroniana”, il Catania riparte da dove aveva lasciato Pino Rigoli, ovvero dalla difesa a 3. L'utilizzo di due terzini come Parisi e Djordjevic sulle corsie laterali evidenzia la necessità di copertura avvertita da Giovanni Pulvirenti, che teme l'assetto offensivo e le qualità individuali a disposizione degli avversari. L'aspetto più interessante dell'abbottonato modulo adottato dall'ex allenatore delle giovanili è l'utilizzo di Di Grazia nel ruolo di mezzala, quello in cui il ragazzo di San Giovanni Galermo è destinato ad esplodere, secondo il suo mentore di Raccuja. Davanti, accanto a Pozzebon, viene rispolverato Mazzarani, al quale viene lasciata libertà d'agire in posizione avanzata.
Pasquale Padalino non fa mancare delle novità nel suo fidato 4-3-3: in cabina di regia Fiordilino vince il ballottaggio con Arrigoni; per rimpiazzare gli indisponibili Mancosu e Torrorimo, il tecnico foggiano si affida al riesumato Costa Ferreira e a Pacilli, rinunciando a Lepore.

Perché quei buchi a centrocampo, con un modulo così accorto?
Per i primi venti minuti di gioco il filo conduttore del match è rappresentato dal Lecce che cerca di spingere in avanti, aggredendo il Catania soprattutto sugli esterni (a sinistra sono puntuali le sovrapposizioni di Agostinone, mentre a destra Pacilli rientra sul piede preferito e fa il bello e cattivo tempo). La difesa etnea, guidata da Bergamelli, tuttavia regge senza grossi problemi e per far solletico a Pisseri la squadra di casa deve ricorrere più del dovuto ai tiri da fuori area. Proprio quest'ultimo aspetto mette in luce un limite delle mosse studiate da Pulvirenti per arginare i giallorossi: nonostante la folta cerniera di centrocampo, il filtro non è adeguato e gli avversari vanno al tiro da lontano con troppa facilità. Una volta spostato Di Grazia sul centro-sinistra della mediana, i rossazzurri riescono a riprendere un po' di slancio e distendersi nella metà campo avversaria, non andando però oltre qualche tentativo dalla distanza firmato Mazzarani. La nota positiva della prima frazione di gioco dei ragazzi in maglia bianca è costituita dalla solidità difensiva e dalla tranquillità nella gestione dei palloni nel reparto arretrato.

Pulvirenti, scossa tardiva dopo il gol
Nel secondo tempo il Lecce, fin lì fischiatissimo dai propri tifosi (reduci dalla delusione di Francavilla Fontana), scende in campo con maggiore agonismo e trova quasi subito il gol risolutivo, approfittando di quello scarso filtro della mediana avversaria che era già emerso nei primi 45' e del quale il pasticcio targato Biagianti-Bucolo-Di Grazia ne rappresenta l'emblema. Il Catania avrebbe la possibilità di pareggiare immediatamente, grazie a un lancio illuminante di Di Grazia che mette Mazzarani nelle condizioni di entrare in area da posizione pericolosa, ma il numero 32, evidentemente a corto di condizione, è tutto fuorché lucido e calcia malamente (avrebbe anche potuto servire Pozzebon in mezzo). E' l'unico guizzo degli ospiti, che non riescono più a pungere. Tardive e forse anche poco azzeccate si rivelano le mosse di Pulvirenti: al 60° entra Fornito per Bucolo ma, mantenendo la disposizione tattica di inizio partita, non si trovano sbocchi e anzi si rischia di subire il raddoppio in contropiede; a un quarto d'ora dalla fine, finalmente, ecco un cambio di modulo, grazie a Scoppa e Tavares che rimpiazzano Djordjevic e Di Grazia. Con il 4-3-1-2 si alza la linea della difesa e si arriva più facilmente al cross, ma agli attaccanti non arriva alcun pallone e Perucchini non corre pericoli.

A Pagani spareggiano mentalità e motivazioni
A complicare ulteriormente un periodo di per sé già infelice ci si mettono gli scherzi del calendario e i risultati a sorpresa che maturano sugli altri campi. Grazie all'inatteso colpo sul campo di Castellammare di Stabia, la Paganese, fino a poco tempo fa in lotta per evitare i playout, rilancia le proprie ambizioni e si porta a -2 dal Catania e a -3 dalla zona playoff. Domenica prossima, con ogni probabilità, il “Marcello Torre” sarà una bolgia e la squadra degli ex De Santis e Carillo (sul terreno di gioco) e Ferrigno (nelle stanze dei bottoni) giocherà al massimo delle motivazioni. Motivazioni che invece in casa Catania devono essere ritrovate. Non si può prescindere da una scelta definitiva in merito alla guida tecnica, anche per lanciare un segnale al gruppo, al quale non fa bene sapere di essere guidato da un allenatore “a tempo”. Che si tratti di Pulvirenti o di un nuovo condottiero, occorrerà ricompattarsi, riordinare le idee e riprendere a marciare: restare schiavi della mediocrità sarebbe un imperdonabile delitto.