Cristiano Lucarelli, il peso del momento storico sbagliato

Cristiano Lucarelli, in un frame significativo della sua esperienza catanese

Cristiano Lucarelli, in un frame significativo della sua esperienza catanese  Foto: Nino Russo

Una fotografia dell'esperienza catanese del tecnico livornese.

Il giorno del suo arrivo in rossazzurro ho levato il calice in alto in segno di festa. Ottimismo, più che moderato, generato dall’aver condotto in porto una salvezza nella vicina Messina, tra mille difficoltà dentro e (soprattutto) fuori dal campo, e ancor più dalla storia del miliardo rifiutato pur di vestire la maglia del suo amato Livorno. Storie autentiche, di un calcio romantico che fa sognare un nostalgico come me, illudendolo, talvolta, che forse c’è ancora qualcosa di incontaminato, di puro e genuino in uno sport inquinato dagli interessi economici.

Con la sua schiettezza, il suo non mandarle a dire e cultura del lavoro ha portato a Catania anche un curriculum di allenatore non proprio da veterano. Poco importa. Ai tempi (belli) della Serie A uno come Vincenzo Montella a parte una dozzina di panchine romaniste aveva lavorato solo coi giovani.

Già, la Serie A. Probabilmente, anche se non avremo mai la controprova, nell’esperienza catanese di Cristiano Lucarelli pesa come un macigno l’esser arrivato nel momento storico sbagliato. Al di là delle uscite focose davanti ai microfoni nei post-partita infuocati, con alcune dichiarazioni fuori luogo – vedi le sfide casalinghe con Cosenza, Juve Stabia o Trapani, tanto per citare i più rappresentativi –, e delle discutibili scelte tecnico-tattiche, come la perseverante riproposizione dell’amato 3-5-2 con Maks Barisic come ‘quinto’ di destra, ruolo chiave (insieme all’utilizzo di un esterno sinistro duttile, con maggior propensione difensiva rispetto allo sloveno, nella fattispecie Marchese e Porcino) di un atteggiamento tattico camaleontico che permetteva il passaggio in corsa al 4-3-3, sull’annata catanese di Lucarelli gravano anche i recentissimi dolci ricordi del tempo che fu e soprattutto il bisogno immediato di risalita di una piazza logorata oltremodo dalle umilianti ultime stagioni.

È inutile nasconderlo, un Catania così vincente come quello in questa stagione non lo si vedeva dai tempi della promozione in Serie A con Pasquale Marino: 70 punti in classifica, 10 vittorie in trasferta (nuovo record come tecnico), miglior attacco del girone insieme al capocannoniere del raggruppamento meridionale. Grandi numeri, infranti contro la traversa del portiere senese Pane, nettamente superiori ad altri Catania vincenti. Proprio così, perché analizzando la stagione 2017-18 il cammino del Catania di Cristiano Lucarelli è stato nettamente più esaltante anche rispetto a quello che conquistò (con merito) la promozione in B in quel di Taranto. A parte le gare contro ionici e Pescara, insieme ad alcune gare di campionato della gestione Pietro Vierchowod (il 3-0 sempre ai rossoblù o l’1-4 di Nocera Inferiore), quel Catania non faceva proprio impazzire…

Ci vuole onestà intellettuale. Probabilmente, una stagione come quella appena conclusa, se fosse arrivata nel periodo antecedente alla stagione 2005-06 sarebbe entrata prepotentemente nel cuore di tutti, tifosi ed addetti ai lavori, nessuno escluso. Ipotesi, quest’ultima, rafforzata dal ricordo di quanto lasciato in eredità da altri Catania non vincenti: vedi la squadra di Catania di Stefano Colantuono (stagione 2003-04) o ancor prima quello di Vincenzo Guerini nel 2000-01, per non parlare dei Catania senza gloria del 1977-78 e del 1978-79, a cui la B sfuggì per molto meno.

Proprio così. Insieme alla poca esperienza, sia come tecnico che soprattutto nella gestione dell'ambiente esterno, Cristiano Lucarelli ha pagato caramente il peso del momento storico sbagliato. Un’esigenza vitale di vittoria, una voglia di promozione a tutti i costi, a cui la piazza catanese non può più rinunciare. In bocca al lupo, Cristiano.