Benevento-Catania: i tifosi trattati come pacchi postali
L’unica responsabilità che questo calcio moderno sembra saper assumere è il divieto
C’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia di Benevento-Catania vietata ai residenti in Sicilia. Non la solita stonatura burocratica — quella la conosciamo da anni — ma una dissonanza più sottile e più violenta: il momento preciso in cui il tifoso smette di essere parte del calcio e diventa un inconveniente logistico.
Perché la sequenza dei fatti è quasi grottesca nella sua semplicità.
Prima vendi i biglietti.
Il settore ospiti si riempie: 1400 tifosi.
Gente che organizza la settimana, chiede permessi al lavoro, prenota voli, traghetti, stanze in albergo, B&B in provincia, magari una pizza prima della partita. C’è chi parte il giorno prima, chi il giorno stesso all’alba, chi si fa otto ore di macchina. C’è chi porta il figlio per la prima trasferta della vita.
Poi, il giorno prima della partita, arriva il provvedimento: trasferta vietata ai residenti in Sicilia.Tutto cancellato con la leggerezza amministrativa di una riga su un foglio.
Non importa che Benevento e Catania siano tifoserie legate da uno storico gemellaggio. Non importa che non ci sia rivalità, non importa che quella fosse una delle trasferte più tranquille del calendario. Non importa nemmeno che la gente abbia già pagato tutto: biglietti, viaggi, pernottamenti, ferie.
L’unica responsabilità che questo calcio moderno sembra saper assumere è il divieto.
Il divieto come soluzione universale.
Il divieto come scorciatoia.
Il divieto come unica forma di governo del fenomeno tifosi.
Ed è qui che la storia diventa quasi paradossale: mentre in Italia si alzano barriere, si chiudono settori, si limitano trasferte, in Europa gli stadi sono pieni. Gli stadi inglesi, tedeschi, spagnoli sono luoghi vivi, dove il settore ospiti è una presenza normale, rumorosa, prevista. Dove il tifoso non è trattato come un rischio da neutralizzare, ma come parte del prodotto.
Poi ci chiediamo perché il calcio italiano perda appeal.
Perché i ragazzi guardino più la Premier League.
Perché gli stadi italiani restino mezzi vuoti.
La risposta, forse, è tutta dentro questa piccola vicenda.
Dentro 1400 persone che avevano già programmato un viaggio.
Dentro un giovedì sera che doveva essere calcio e diventa rimborso biglietti.
Dentro la sensazione — difficile da spiegare a chi non vive le trasferte — di essere considerati un dettaglio trascurabile.
E allora la domanda, inevitabile, arriva.
A questo punto che fare?
Continuare a comprare biglietti sperando che qualcuno, all’ultimo momento, non decida che non si può più partire?
Continuare a organizzare trasferte come se fossero sempre provvisorie?
Oppure fare l’unica cosa che davvero potrebbe avere un peso: lasciar perdere. Disertare. Spegnere il motore per un turno, per due, per quanto serve. Non per rabbia sterile, ma per ricordare a chi governa questo calcio che senza tifosi non esiste spettacolo.
Perché il rischio, altrimenti, è che il calcio italiano continui a parlare di pubblico mentre lo tratta come un problema.
E prima o poi, quando lo stadio sarà davvero vuoto, qualcuno scoprirà che il problema non erano i tifosi.
Era il modo in cui venivano trattati.
