#70CATANIA: cronistoria prima metà anni '60

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Al termine del match del "Clamoroso al Cibali", i tifosi portano in trionfo il portiere Gaspari  Fonte: CalcioCatania.com

Gli anni del Catania "ammazzagrandi" in massima serie, con campioni del calibro di Szymaniak e Cinesinho

GIRONE DI RITORNO 1959/60: IMPRESA COL BRIVIDO
Le ambizioni da primato coltivate in pieno periodo natalizio nella parte finale del 1959 vengono rinvigorite dalla vittoria casalinga col Taranto che proietta i rossazzurri in testa alla classifica. Il rinvio per neve della successiva partita esterna col Novara, lo 0-0 nello scontro diretto col Torino al Cibali e – soprattutto – la sconfitta contro il Marzotto fanno scivolare la squadra al 2° posto al termine del girone d’andata. Il piazzamento comunque è più che soddisfacente in quanto lascia presagire serie chances di promozione in Serie A.

Il girone di ritorno si apre con la seconda quaterna stagionale, inflitta ancora una volta ad una compagine veneta (stavolta tocca al Venezia). Nei successivi due mesi però Corti e compagni rallentano: escono sconfitti solo dalla gara di recupero contro il Novara, ma la stragrande maggioranza dei risultati utili inanellati è rappresentata da pareggi che fanno perdere terreno in classifica. A questo punto il Catania, scavalcato dalla rivelazione Lecco, è 3° e dopo alcuni ulteriori passi falsi viene raggiunto a cinque giornate dalla fine del campionato dalla Triestina: si rischia un sorpasso che comprometterebbe il sogno promozione e vanificherebbe gli sforzi della prima metà di stagione. Di Bella serra le fila ed ottiene dai suoi ragazzi sette punti sugli otto disponibili nelle quattro partite che seguono, mentre la squadra giuliana pareggiando col Lecco e perdendo contro il Marzotto ritorna a -2. Pochi giorni prima dei 90’ conclusivi i rossazzurri si concedono un’amichevole di lusso al Cibali contro la Juventus campione d’Italia in cui svettano Boniperti, Charles e Sivori. Nella speranza di rincontrarli presto in massima serie, il tecnico etneo risparmia i propri titolari e al loro posto schiera giovani e riserve, fra i quali figura un certo Bruno Pizzul.

Per entrambe le squadre che si contendono la terza piazza il programma dell’ultima giornata prevede una trasferta: l'elefante è atteso a Brescia da una squadra ormai priva di obiettivi, contro la quale per festeggiare è sufficiente ottenere un pari; gli alabardati sono contrapposti al Parma, avversario più ostico in quanto impelagato nella lotta per non retrocedere. Il 5 giugno 1960 è “il giorno dei giorni”: allo “Stadium di Porta Venezia”, che per l’ultima volta ospita le gare interne delle rondinelle, un Brescia insolitamente devastante buca nella ripresa per ben quattro volte la porta difesa in maniera non eccelsa da Gaspari. Il Catania reagisce troppo tardi (con le reti di Prenna e Ferretti) e al fischio finale del sig. Bonetto da Torino la partita si chiude sul 4-2. Per qualche attimo Grani e Buzzin, unici reduci della disfatta di Modena di tre anni prima, rivivono le stesse sgradevoli sensazioni insieme ai compagni. Stavolta, però, il far west con la dirigenza viene scongiurato dalla notizia che si diffonde presto negli spogliatoi: il Parma ha bloccato la Triestina sul pari (2-2), conquistando la salvezza e condannando i rossobianchi a fermarsi a -1 dagli etnei. Evitata, dunque, la coda dello spareggio. La città può tornare così a festeggiare, sei anni dopo la “prima volta”, ed a ciò contribuiscono ulteriormente il premio di miglior allenatore del campionato assegnato dalla federazione a Di Bella e la doppia vittoria contro gli svizzeri del Friburgo che contribuisce alla vittoria della lega italiana nella Coppa delle Alpi. Tra i “top” in un’annata tanto gloriosa, da un lato gli imprescindibili Gaspari, Michelotti e la mente del centrocampo Ferretti, dall’altro i prolifici Prenna, Biagini, Buzzin e Macor.

1960/61: UNA MATRICOLA TERRIBILE
Per affrontare il ritorno in massima serie il Catania riparte, come prevedibile, dal gruppo guidato da Di Bella durante la stagione precedente. Tra i giocatori di peso abbandonano soltanto il terzino Boldi e l’ala Compagno, i quali, scaduti i rispettivi prestiti, si accasano in formazioni di categorie inferiori. Nella settimana che precede l’inizio del campionato dice addio anche Buzzin che passa al Siracusa: il goriziano è tutt’oggi presente nella top ten della classifica “all time” dei marcatori rossazzurri. Le casse del club non sono ancora floride ed impongono al commissario straordinario Marcoccio e ai suoi collaboratori Giuffrida e Silvestro Stazzone di concludere soltanto operazioni oculate e low cost. Rinforzano così le fila dell’organico il terzino Franco Giavara e due incognite che rispondono al nome di Mario Castellazzi, ala destra proveniente dalla Roma, e Salvador “Todo” Calvanese. Quest’ultimo, oriundo argentino, è un attaccante duttile e tecnico ma poco prolifico ed è reduce da un’esperienza poco felice al Genoa.

Ci sarebbero le premesse per vivere una stagione all’insegna della sofferenza, ma sin dalle prime giornate Corti e compagni contraddicono gli scettici marciando a spron battuto sia in casa che in trasferta. Le uniche sconfitte pesanti si rimediano, fuori casa, contro le corazzate Milan e Juventus; per il resto arrivano tanti successi ricchi di gol (su tutti il 4-0 al Vicenza) e persino degli inaspettati colpi esterni, come quelli di Bologna ed Udine. Il Catania veleggia nelle zone alte della classifica e a partire dalla 10a giornata colleziona sette risultati utili consecutivi (tra i quali spicca la vittoria al “San Paolo” contro il Napoli). Risultati che proiettano la squadra al 3° posto in graduatoria, a -2 dall’Inter capolista, contro la quale gli etnei chiuderanno il girone d’andata giocandosi a “San Siro” il titolo di campione d’inverno. A inizio campionato, non ci avrebbe scommesso neanche il più ottimista dei tifosi. La scoppola rimediata contro i nerazzurri (un 5-0 caratterizzato da ben quattro autoreti) non impedisce ai supporter rossazzurri di continuare a sognare ad occhi aperti: una settimana dopo, al Cibali contro il Milan, tutti i componenti del reparto d’attacco (Prenna, Castellazzi, Calvanese e Morelli) trovano la via del gol e sanciscono il pirotecnico 4-3 dei padroni di casa.

Dalla successiva partita e per il resto della stagione Di Bella deve però rinunciare all’infortunato Morelli, fin lì capocannoniere e trascinatore della squadra. Si interrompe così l’ascesa dell’ala lombarda, che nel proseguo di carriera non riuscirà più ad attestarsi sugli stessi livelli. Nel girone di ritorno si verifica il fisiologico calo di rendimento della squadra, che perde ben nove partite (la maggior parte delle quali in trasferta) scivolando fino all’8° posto finale. Calo comprensibile se si considera che, ai tempi, eccezion fatta per la Coppa dei Campioni e la Coppa delle Coppe alle quali accedevano soltanto le vincitrici del campionato e della Coppa Italia, i criteri di accesso alle competizioni europee alternative (Coppa delle Fiere e Coppa Europa, quest’ultima meglio conosciuta come “Mitropa”) non dipendevano dal piazzamento in classifica ma dalle scelte discrezionali degli enti organizzatori e, insieme a loro, di Lega e Federazione: una squadra come il Catania 1960/61, una volta acquisito con largo anticipo un vantaggio rassicurante sulla zona retrocessione, poteva permettersi qualche pausa di troppo senza grossi rimpianti.

Prima della conclusione della stagione, c’è tempo per una delle pagine più belle della storia dell’Elefante. Il 4 giugno 1961 va in scena l’ultima giornata. Al Cibali arriva l’Inter di Helenio Herrera, che insegue la capolista Juventus a 2 punti di distanza. Sei giorni dopo è in programma il contestatissimo recupero dello scontro diretto coi bianconeri, sospeso quasi due mesi prima per un’invasione di campo: per alimentare le proprie chances di scudetto, i nerazzurri devono vincere. Ma si ritrovano al cospetto di una squadra che, pur non avendo più obiettivi, vuole vendicare il 5-0 subito all’andata e replicare sul campo alle affermazioni attribuite al tecnico dei meneghini, che avrebbe definito i giocatori del Catania come dei “postelegrafonici”. Non c’è storia: gli etnei dominano dall’inizio alla fine e con le reti di Castellazzi e Calvanese vincono il match che sarà ricordato per sempre per il “Clamoroso al Cibali” pronunciato dal radiocronista Sandro Ciotti. Proprio Castellazzi e Calvanese, scommesse di inizio stagione, si rivelano tra i principali artefici del grande campionato dei rossazzurri, insieme all’estremo difensore Gaspari, al mediano Ferretti e al capocannoniere Memo Prenna, che per il secondo anno di seguito è l’unico ad andare in doppia cifra (sotto il profilo delle reti segnate).

1961/62: ESPERIMENTI E TRANQUILLITA’
Gli incassi da record registrati durante la stagione precedente contribuiscono a migliorare sensibilmente la situazione economica della società e consentono a Marcoccio di programmare con maggior tranquillità il secondo campionato in Serie A. Gli unici due titolari che fanno le valigie portano in dote, oltre ad un’ottima plusvalenza, delle contropartite tecniche niente male: al posto di Ferretti dalla Fiorentina arriva il pari ruolo Renato Benaglia; ma il vero colpaccio è lo scambio con la Juventus che porta alle falde dell’Etna Giuseppe Vavassori con Gaspari che fa il percorso inverso. Il portiere di Rivoli era stato “epurato” dalla Vecchia Signora a causa di un paio di errori decisivi commessi con la maglia della nazionale in un’amichevole contro l’Inghilterra. Un'altra operazione intelligente è quella condotta con la Sambenedettese, alla quale viene ceduto l’esperto Macor, ormai un rimpiazzo, per arrivare al giovane terzino Renato Alberti. La ciliegina sulla torta è l’acquisto dal Karlsruhe del centrocampista di qualità Horst Szymaniak, nazionale tedesco. La conferma degli altri principali “attori” dell’ultimo biennio pone le premesse per un’annata interessante.

Szymaniak realizza il secondo dei tre gol nella vittoria scacciacrisi contro la Fiorentina 



Il campionato non inizia però nel migliore dei modi. Calvanese è infortunato e a poco servono gli esperimenti di Di Bella: nelle prime sei giornate né Prenna né Ferrigno (un giovane prelevato dalla Massiminiana) trovano la via del gol, tranne in occasione del match casalingo con la Sampdoria in cui il promettente nuovo arrivo realizza una doppietta. Il rientro dall’attaccante argentino, il quale pur segnando poco contribuisce enormemente alla manovra offensiva, normalizza la situazione: il Catania riprende quota e con una serie di risultati utili sale a metà classifica. Uno dei pochi passi falsi è quello di Torino, dove si perde contro la Juventus in una partita rimasta nella storia per l’infortunio al ginocchio di Grani provocato da un calcio volontario del fuoriclasse bianconero Sivori. Tra le imprese della prima metà di stagione, meritano invece menzione la vittoria tra le mura amiche con la Fiorentina, il successo sul campo di Udine e il pari strappato a San Siro contro l’Inter che continua la propria tradizione negativa coi rossazzurri.

Nel girone di ritorno si ripete quanto accaduto un anno prima: la squadra etnea, forte di una classifica tranquilla, si permette il lusso di rilassarsi in diversi incontri disputati fuori casa, mentre al Cibali raccoglie le vittorie che servono per mantenere a distanza di sicurezza la zona retrocessione. Tra queste la più bella è indubbiamente quella conquistata l’11 febbraio 1962 contro la Juventus. I campioni d’Italia in carica vivono una stagione negativa (chiuderanno al 12° posto) e si presentano al Cibali senza Sivori, probabilmente per evitare ritorsioni dopo quanto accaduto all’andata. Il Catania non fa sconti e chiude la contesa nel secondo tempo con le reti di Szymaniak e Ferrigno. Anche in questa fase del campionato non mancano nodi di natura tattica: Di Bella deve rinunciare nuovamente a Morelli e sostituirlo sulla fascia non è impresa facile, mancando in rosa un’alternativa di ruolo altrettanto valida. Ad ogni modo la truppa riesce a conquistare l’obiettivo salvezza alla terz’ultima giornata e chiude al 10° posto nella graduatoria finale.

Archiviata la stagione regolare, c’è spazio per la “Coppa dell’Amicizia”, un torneo amichevole che contrappone squadre italiane, francesi e svizzere e che prevede un calendario a eliminazione diretta con sfide di andata e ritorno. Gli etnei prevalgono sul Montpellier negli ottavi di finale (pareggio in Francia, vittoria al Cibali), mentre perdono entrambi i match con il Lens ai quarti, venendo così eliminati. Il bilancio finale è comunque positivo: tutti i nuovi acquisti (Vavassori e Szymaniak in testa) si sono inseriti alla grande e figurano tra i maggiori protagonisti, mentre il solito Prenna, pur non essendo il centravanti della squadra, si conferma capocannoniere per il terzo anno di fila.

1962/63: LO SCOTTO DELL’INESPERIENZA
Nonostante i risultati più che lusinghieri fin qui conseguiti, quella targata Marcoccio resta una gestione provvisoria e irta di difficoltà, ma stante l’assenza di soggetti interessati all’acquisto del club il commissario straordinario prosegue sulla linea della continuità insieme al fido Di Bella. L’unica cessione estiva “di grido” è quella dell’ala Castellazzi al Livorno, alla quale si sopperisce con l’ingaggio in prestito dalla Sampdoria del ventiquattrenne Remo Vigni. Urge un ricambio generazionale: Grani, complice l’infortunio dell’anno precedente, è ormai a fine carriera e in attesa che trovi sistemazione viene sostituito dall’emergente Remo Bicchierai, proveniente dall’Inter ed esploso qualche anno prima nel Lecco; nel ruolo di terzino sinistro, dopo due stagioni da comprimario, conquista una maglia da titolare Renato Rambaldelli; a centrocampo il colpaccio Luigi Milan, mezzala prelevata dalla Fiorentina, mette in naftalina Alvaro Biagini; l’attacco, che da troppo tempo si regge sul solo Calvanese e sul supporto dei centrocampisti offensivi, viene rinforzato con la promessa Bruno Petroni, centravanti giunto in prestito dall’Inter.

L’avvio di stagione è scintillante: nelle prime sette giornate i rossazzurri non perdono mai e si tolgono pure lo sfizio di fare l’ennesimo sgambetto all’Inter di Herrera, sconfitta di misura al Cibali con un gol del nuovo arrivo Milan il 30 settembre 1962. Alla vigilia della trasferta di Napoli, il Catania è 2° a due punti dal Bologna capolista. Il sogno si spegne immediatamente con un ciclo terribile nel quale la squadra subisce cinque sconfitte in sei gare e, soprattutto, la bellezza di 22 reti (complici le cinquine rifilate dalla Juventus a domicilio e dal Bologna al “Comunale”). Nel frattempo la società completa a novembre la rivoluzione dell’organico già avviata in estate: salutano icone come Elio Grani, che passa al Palermo, Remo Morelli, che proverà senza successo a rilanciarsi a Cagliari, e soprattutto Todo Calvanese, che dopo un inizio sprint (3 gol nelle prime 3 giornate) viene bloccato da un infortunio e poi ceduto all’Atalanta. Al suo posto viene promosso titolare Petroni, mentre per rinforzare il reparto offensivo arriva in prestito dalla Juventus l’esterno brasiliano Roberto Battaglia. Concluse le faccende di mercato, i ragazzi di Di Bella riprendono un ritmo regolare che li attesta a metà classifica.

I tanti elementi giovani a disposizione del tecnico catanese peccano di discontinuità e costringono il loro mentore a ruotarli più del dovuto. In questo contesto, trova spazio anche il rinforzo invernale Domenico De Dominicis, centrocampista tuttofare. Ma i risultati, nel girone di ritorno, non arrivano, a causa di una difesa che, in particolar modo in trasferta, si conferma “di burro”: si incassano cinque reti dalla Roma e quattro da Genoa e Modena. Alla vigilia della trasferta di Torino, contro una Juventus in lotta per lo scudetto, il Catania si ritrova a +1 sulla terz’ultima ed è risucchiato nel vortice della lotta per la salvezza per la prima volta da quando è tornato in massima serie. Aleggia inevitabilmente un forte pessimismo ma il 7 aprile 1963 gli etnei uniscono al pragmatismo del catenaccio il cinismo di Luigi Milan che, al minuto numero 78, si fionda nell’area bianconera dopo aver vinto un rimpallo e batte Anzolin: al fischio finale del sig. De Marchi da Pordenone è 0-1. Alla stazione di Catania gli eroi di giornata vengono accolti da centinaia di tifosi festanti. L’impresa rinvigorisce il gruppo che riprende a marciare conquistando nelle ultime giornate i punti necessari per garantirsi la salvezza. La certezza matematica arriva alla penultima giornata al Cibali, grazie ad un’altra vittoria di prestigio, quella sul Milan campione d’Italia in carica che tre giorni dopo ha in programma la finale di Coppa dei Campioni col Benfica: per superare i rossoneri è sufficiente un gol d’astuzia di Petroni.

Per il secondo anno consecutivo i rossazzurri chiudono la propria stagione partecipando alla Coppa dell’Amicizia, alla quale in questa circostanza partecipano solo squadre italiane e francesi. La squadra etnea viene eliminata immediatamente dal Lione, che vince sia all’andata che al ritorno nei quarti di finale. In un’annata caratterizzata da troppi alti e bassi le sicurezze si chiamano Corti, Benaglia e Szymaniak. Anche Vavassori, a dispetto dei troppi gol subiti, si conferma portiere d’alto livello e torna nel giro della nazionale. La rivelazione è Petroni, il quale va in doppia cifra e “scippa” il titolo di capocannoniere interno a Prenna, il quale comunque continua a mantenere la propria fama di centrocampista goleador con 8 reti. Si mettono in luce anche Rambaldelli ed i nuovi acquisti Bicchierai e Milan.

1963/64: RICAMBIO GENERAZIONALE, MISSIONE COMPIUTA
L’opera di ringiovanimento della squadra avviata da Di Bella e Marcoccio un anno prima prosegue senza sosta anche durante la programmazione per la nuova stagione, la quarta consecutiva in Serie A. Particolarmente rinnovato risulta il reparto arretrato, anche se l’unico vero e proprio innesto è quello del terzino destro Giampaolo Lampredi, ventitreenne proveniente dal Padova. Non c’è però più Giavara, il quale passa alla Carrarese dopo essere stato escluso dai piani tecnici, ed anche due “mostri sacri” come Michelotti e Corti vengono messi in secondo piano, a vantaggio dei vari Bicchierai e De Dominicis. Come due anni prima, le operazioni di mercato più importanti in entrata e uscita derivano dagli scambi: per portare a Catania la mezz’ala offensiva brasiliana classe 1935 Cinesinho, promessa dall’Inter al neopromosso Messina, Michele Giuffrida sfrutta i rapporti privilegiati con Angelo Moratti ma deve cedere in cambio il faro Szymaniak; la Fiorentina, per riprendersi Benaglia, cede a titolo di parziale contropartita il centrocampista Giancarlo Magi, ma il nuovo mediano titolare arriva dal Brescia ed è il ventiquattrenne Faustino Turra. Il centrocampo perde Milan, il quale dopo una sola (positiva) stagione passa all’Atalanta e restituisce spazio al redivivo Biagini. Le partenze per fine prestito di Vigni e Petroni obbligano la società a risolvere due dei nodi principali delle ultime due stagioni: l’ala e il centravanti. Nel primo dei due ruoli arriva una certezza: Giancarlo Danova, già due volte campione d’Italia col Milan e reduce da un’esperienza in chiaroscuro col Torino. Per la maglia numero 9 le cose sono più complicate e si comincia il campionato alternando nel ruolo il brasiliano Miranda, giunto in prestito dalla Juventus, e l’irriducibile Memo Prenna, il quale però a 33 anni viene considerato un esubero.

Complici gli infortuni di diversi titolari, in avvio di campionato gli etnei perdono il bandolo della matassa, vincendo solo due partite, una delle quali a tavolino a causa dell’invasione di campo di alcuni tifosi genoani sul risultato di 0-2 a favore del Catania. Come due anni prima, l’assenza di un vero e proprio centravanti si fa sentire e nel mercato di riparazione di novembre si pone rimedio con uno scambio che consegna a Di Bella una nuova punta, Giovanni Fanello, per arrivare al quale la dirigenza sacrifica un giocatore simbolo come Prenna. Quest’ultimo, prima di aggregarsi al Napoli, fa in tempo a siglare altre tre reti che portano a 29 il totale delle marcature in massima serie con la maglia rossazzurra: un record destinato a rimanere imbattuto per quasi 46 anni! La squadra continua il proprio periodo negativo e alla 13a giornata, dopo due sconfitte consecutive con le prime della classe (Inter e Bologna), scivola per la prima volta dal proprio ritorno in A in zona retrocessione. Come se non bastasse, il tecnico etneo è costretto ad allontanarsi per un mesetto a causa di un intervento chirurgico e dei relativi postumi. La gestione passa quindi provvisoriamente al suo secondo Luigi Valsecchi, il quale compie un egregio lavoro e nel giro di poche settimane fa risalire in graduatoria i suoi, grazie anche alla prestigiosa vittoria al Cibali conquistata davanti a 22.000 spettatori il 5 gennaio 1964 contro la Juventus, punita dalle reti dell’ex Miranda e di Lampredi: l’armata catanese si conferma un incubo per le “big” del massimo campionato.

Di Bella rientra all’inizio del girone di ritorno, in occasione della sfida casalinga col Genoa, ed ha il compito di proseguire il ciclo positivo perché la classifica corta non ammette passi falsi. Il ritorno del “mago del sud” è scoppiettante: 5-3 ai rossoblù e tripletta di uno scatenato Fanello. Venti giorni più tardi l’altra squadra di Genova, la Sampdoria, spegne gli entusiasmi espugnando il fortino etneo con un roboante 1-5. Il Catania paga i troppi infortuni ma riesce a mantenersi sempre un pelo sopra le pericolanti, per poi distanziarle definitivamente col sopraggiungere della primavera, durante la quale trova finalmente continuità tra le mura amiche, dove sconfigge tutte le avversarie di turno (in particolar modo le rivali dirette Bari e Modena), escluso il Milan di Altafini. In un campionato molto equilibrato nella parte centrale della graduatoria, un filotto positivo come quello centrato dal liotru è sufficiente per attestarsi all’8° posto, che verrà mantenuto anche a fine stagione nonostante i risultati altalenanti delle ultime giornate (fra i quali spicca il 4-4 dell’Olimpico di Roma contro i giallorossi), dettati dalla mancanza di obiettivi.

Quattro anni dopo la prima partecipazione, il Catania torna a disputare la Coppa delle Alpi, che nel frattempo ha cambiato formula: non più sfida generale tra lega italiana e lega svizzera con vittoria assegnata alla lega che ottiene più punti, ma torneo a eliminazione che decreta una sola squadra vincitrice dopo una preliminare fase a gironi. I rossazzurri vincono il loro girone pareggiando col Bienne e battendo Roma prima (con tripletta di Cinesinho) e Servette poi, qualificandosi così alla finalissima. L’1 luglio 1964 a Berna il sogno della vittoria del trofeo viene infranto dal Genoa che si impone 2-0 con doppietta di Piaceri. La sorpresa dell’anno è senz’altro Turra, il più presente, che attira le attenzioni delle grandi. Si mette in luce anche il secondo portiere Branduardi che sostituisce Vavassori nel finale di stagione. Acquisti azzeccati si rivelano i vari Danova, Cinesinho e Fanello che contribuiscono con le loro reti alle tenuta del reparto offensivo e fanno ben sperare per il futuro...