#70CATANIA - Un racconto elefantesco: ottava ed ultima parte

Festeggiamenti a Piazza Duomo - Ph. Antonio Benanti

Festeggiamenti a Piazza Duomo - Ph. Antonio Benanti  Foto: CalcioCatania.com

L'atto conclusivo del racconto della storia del Calcio Catania 1946 direttamente dalle parole...del Liotru

“Arrivau u re a cavallo! Arrivau u re a cavallo!”
“A chi sta n’cucchiannu, Pippu? Cu ciù potta o Futtinu? Chiddu da Piazza Roma non si scugna!”
“Avaja Saru, u ‘ntisi a radiu l’autru jornu. È n’attaccanti ca si pigghiau ‘u Catania. Si chiama Urreaccavallo… Caciocavallo…”
Sì, cettu, e ora facemu a pasta ‘o funnu! Bonu va, c’haja cummattiri ju cu ttia! Si chiama Pippu, comu a ttia, è napulitanu e di cugnomu fa CACCAVALLO!”

Basta una parola storpiata e la magia della liscìa catanese diventa protagonista. Così, anche un semplice dialogo tra due vecchi amici seduti al tavolino di un bar in Via Plebiscito, a Catania, può diventare il più comico degli sketch. Starei lì, anche ore, fermo ad ascoltare quella chiacchierata assai divertente, animata da un gesticolare tipicamente teatrale che solo noi gente del sud riusciamo ad interpretare inconsapevolmente nella vita di ogni giorno. L’ora è tarda, anche se il c’è ancora il sole ad illuminare me e quel caro Liotru che ormai considero come un amico. Da un semplice augurio di un buon settantesimo compleanno è venuta fuori un’intervista imprevista – intimamente sognata e sperata da sempre, dal sottoscritto – sfociata poi in un racconto infinito che si è articolato lungo le vie e i luoghi simbolo della nostra Catania. Insieme abbiamo rivissuto i decenni passati della storia rossazzurra parallelamente alle vicende attuali, passando dai primi abboccamenti col calcio dei grandi al vanto e al prestigio generato dai gloriosi anni sessanta, dall’avvento del Presidentissimo all’esaltazione di epiche giornate romane. Tra degustazioni ed abbuffate varie, tra momenti di riflessione e commozione, abbiamo calcato insieme anche l’erba verde del manto di casa intrisa di gioie e dolori così come lo è la vita.

Doveva durare soltanto qualche ora, in Piazza Duomo, e invece siamo qui, a metà della Via Salvatore di Giacomo, ormai prossimi a toccare il quattordicesimo mese. Non conosciamo misure, noi catanesi. Così come non le hanno conosciute i primi otto anni del secondo decennio del terzo millennio. Dall’altare al baratro, senza avere il tempo di rendersene conto. Brevemente sostiamo in Piazza Maravigna, davanti alla chiesa di San Giuseppe al Transito, il luogo giusto per noi che speriamo di esser soltanto di passaggio in terza serie. “Se penso dove mi trovavo qualche anno fa e dove sono adesso mi veni di chianciri e ittari uci – mi confida amaramente u Liotru –. Tre reti all’Inter che avrebbe vinto il triplete, la soddisfazione di battere ripetutamente Roma, Lazio, Napoli, Fiorentina e Sampdoria, per non parlare del Palermo. Mi sentivo padrone del mondo, ogni anno riuscivo a migliorare i risultati precedenti e, addirittura, ero riuscito ad imparare anche un’altra lingua: uno spagnolo dal chiarissimo accento sudamericano... Mi hanno chiamato anche piccolo Barcellona, per il modo in cui mister Montella emulava in rossazzurro il calcio azulgrana di Guardiola. Sembrava che non dovesse finire mai, ma invece…”.

Il suo volto s’incupisce, così come non lo avevo mai visto prima, il dolore è ancora recente e quella ferita non si è ancora rimarginata del tutto: "Nino Pulvirenti è stato il presidente dai due volti. Con lui ho toccato le stelle, facendo anche meglio di quanto fatto negli anni sessanta. Poi però, con un Pietro in meno e un Pablo in più – continua avvilito il pachiderma –, ecco il fiele delle stalle. Quel ‘giocattolo’ che tutti ammiravano è stato distrutto, travolto dai treni in corsa, uno dopo l’altro. Il 23 Giugno 2015 volevo sprofondare, mi sentivo umiliato e calpestato, deriso e calunniato da tutti. Mi hanno sbattuto in C, come un volgare ladrone, senza la certezza che quell’illecito fosse stato realmente consumato. Dicono che ho comprato delle partite, ma da chi non si è mai capito. Sarebbe giusto scavare fino in fondo, perché ad oggi ho pagato solo io e la mia gente. Da un anno è mezzo, per fortuna, è ritornato Pietro Lo Monaco... Speriamo sia l'inizio di una nuova cavalcata, perché ho bisogno di tirarmi fuori al più presto dall''inferno della Seri C !”. Ha gli occhi d’un rosso infuocato come la lava dell’Etna, grondanti di lacrime amare, fumanti di rabbia ancora da smaltire. Soffro nel vederlo così, ma quando un amico sente il bisogno di sfogarsi non puoi esimerti dal dovere di ascoltarlo.

Al Castello Ursino 



Dinnanzi all’imponenza del Castello Ursino provo a risollevargli il morale parlando dei consensi avuti dall’Antologia dei racconti sul Calcio Catania curata da Alessandro Russo: “È stato un vero successo! Si tratta di trentadue racconti che parlano di te e della nostra città, scritti da quei catanesi che sono costretti a vivere lontano dalla terra amata. Da Hong Kong alla cittadina inglese di Gainsborough: l’amore per te è conosciuto in tutto il mondo”. Man mano che ‘circumnavighiamo’ il maniero svevo continuo a raccontargli le storie scritte dai vari Bruno, Tullio, Matteo, Alfio, Alfredo e da tutti gli altri novelli scrittori. Da sotto la proboscide scorgo un timido sorriso. Ce l’ho fatta! Insieme, fianco a fianco, percorriamo la stretta Via Castello Ursino che non è proprio un inno alla vita… “Bellu guol vieru, bonu rissi Araziu! Quante ne ho passate e quante ancora ne passerò. Ho settant’anni, anzi, settantuno, ma ancora po’ capputtu di lignu è presto – sghignazza scaramanticamente l’Elefante, toccandosi vistosamente nelle parti basse – fozza, amuninni ri ccà, ca ju ciaru i mottu non ni fazzu!!!

Con passo svelto arriviamo nel cuore di quella Via Garibaldi che a noi appare come rettilineo finale verso Piazza Duomo, la tappa finale del nostro viaggio. Siamo in Gennaio, ma già si respira l’atmosfera dei festeggiamenti agatini.
Prima ca m’arricogghiu – mi sussurra –na visita a Santuzza cià vulissi fari…
“Daiii – esclamo – un elefante dentro la Cattedrale non mi sembra il caso…”
’Mbare Ture, raggiuni c’hai. Facemu accussì: potticcillu tu n’ciuri jancu ppì mmia!
Annuisco, accennando un sorriso, e in questo clima tra sacro e profano, tipico dell’essenza della catanesità, comunico con soddisfazione il ripristino del Memorial Massimino.
“Finalmente – esclama l’Elefante– era ora che venisse ripristinato! Da qualche anno mi ero quasi rassegnato all’idea che non si sarebbe più disputato. Speriamo adesso che non ci siano altre interruzioni così come è avvenuto per tredici anni, bisogna che venga organizzato ogni anno, a prescindere dalla categoria e dai dirigenti. Parola di Liotru!”.

Piazza Duomo è lì davanti a noi. Il pachiderma si dirige verso la sua fontana.Sento un nodo alla gola, non vorrei separarmi da lui, ma ormai siamo all’epilogo del nostro lungo viaggio. “Guarda quanto è bella questa piazza – mi esorta il Liotru –. Chiudi gli occhi ed immagina quanto sarebbe bella se fosse tutta bardata di rossazzurro. Dai, non è difficile. L'abbiamo già vista e la rivedremo ancora, più rossazzurra che mai!”

Lentamente ma inesorabilmente, facendosi leva sull’obelisco egizio, l’Elefante scala il piedistallo marmoreo senza scalfirlo ed intaccarlo minimamente. Mentre si arrampica con innata maestria, non proprio tipica dei pachidermi, nasconde fatica ed emozione canticchiando l’ultima canzone: “E semu sempri ccà a tifari, e nuddu ni po cancillari. Cascamu sempri additta comu e iatti, Catania è sempri viva è sulu ccà!”

Il Liotu bardato di rossazzurro: un'immagine da rivedere ancora!