Rime petrose

Lo Monaco, in un derby da A.D. del Catania...

Lo Monaco, in un derby da A.D. del Catania...  Foto: Franco Barbagallo Acifotopress

L'editoriale di Max Licari propone alcune riflessioni sulle esternazioni pre-derby di Pietro Lo Monaco, ricordando a tutti, giocatori rossazzurri in primis, una data: 12/04/2008.

Abbassare i toni
Mancava da tempo un derby “vivace”. Così, ecco spuntare, lancia in resta, un moderno Goffredo di Buglione e... magia! Di nuovo a voi, signori, il Derby, quello con la “d” maiuscola. Non male. Ricevuta la chiamata divina, il Condottiero si pone alla testa della sacra pattuglia in corrusca armatura rosanero, al fine di liberare l’Aquila zampariniana dalla schiavitù dei bassifondi di classifica! Effettivamente, da quel famoso 2 febbraio, il livello adrenalinico pre e post-derby si era sempre attestato, direi fisiologicamente, su standard assai "soft", magari camuffato dalla pseudoalbagia rosanero (pseudo perché, checché se ne dica, alla fine “si rosica” tanto quando si perde un derby) stile “non c’interessa, noi siamo da Champions”, oppure dal “low profile” finto umile rossazzurro (finto perché tutti pensano: "Ora tu fazzu avviriri iu comu semu scassi...") del tipo “noi ci metteremo il cuore”, etc. Tutto d’un tratto, con i rosanero sfavoriti da una orribile classifica e, obiettivamente, da valori tecnici leggermente inferiori, ecco venir fuori dal noto cilindro del pur ottimo Pietro, quasi con magnificenza, l’arringa al popolo, la “vocatio” alla Santa Crociata. Peccato che il giochino sia conosciuto dalle parti della foce del Simeto. Fatto e rifatto centinaia di volte, strutturato su tre facili “step”: 1 si individua un obiettivo; 2 si accende la miccia; 3 si “spara”, distogliendo l’attenzione dalla squadra che, ipoteticamente, dovrebbe lavorare in modo più tranquillo in vista di un appuntamento decisivo. “Rime petrose”, aspre, dure che, senza scomodare la madonna Petra dantesca, cantano (legittimamente, per carità) di un mondo fatto di disfide e duelli, virtù guerriere e cieca fede, bianco o nero. Proprio per questo, la risposta generalmente serena che l’ambiente rossazzurro ha fornito alle dichiarazioni del dirigente rosanero mi sembra adeguata. Cadere nel tranello di un eccessivo innalzamento dei toni e delle attese sarebbe deleterio, tanto più che a farne le spese, in casi similari, è quasi sempre la squadra meglio attrezzata. Mi permetto di rispondere, senza alcun sentimento di ostilità verso l’ex A.D. etneo, ad alcune esternazioni che necessitano di puntualizzazione:

- Quando militava nelle file del Catania, Lo Monaco continuava a ripetere che il team dell’Elefante, seppur dotato di alcuni giocatori di livello superiore, mai e poi avrebbe potuto fare un passo avanti in tema di obiettivi di classifica, pena la sua “morte” calcistica. E io sono non d’accordo, ma d’accordissimo. Lo ripeto giorno dopo giorno. Sempre e comunque. Per quale motivo, ordunque, disponendo della stessa squadra della scorsa stagione, dovrebbe essere cambiata la situazione? Per quale motivo sarebbe un “fallimento” non centrare l’Europa League? Solo perché giocano insieme da qualche mese in più?

- Nessuno può disconoscere gli oggettivi meriti che Pietro Lo Monaco possiede nella costruzione di quello che, senza tema di smentite, può essere considerato il miglior Catania di tutti i tempi. I risultati sono lì, davanti agli occhi di tutti. Per quello che ha fatto a Catania giudico Lo Monaco uno dei migliori conoscitori di calcio in Italia. L’ho sempre detto e non cambio idea ora che lo stesso si è apparentato a piazze storicamente "rivali". Queste cose le può pensare il tifoso da bar... E allora, dov’è il problema? Come in tutti i campi professionali, il calcio vive di cicli che si aprono e si chiudono. Evidentemente, quello di Lo Monaco a Catania era destinato a chiudersi, per poi legittimamente riaprirsi in altri lidi. Siamo nella normalità. Il “busillis” sta semmai nel pensare che non possano esistere dirigenti altrettanto validi, in grado di portare avanti un determinato lavoro con similare professionalità e bravura. Il Catania in questi anni ha fatto benissimo, ma anche altre realtà hanno fatto ottime cose. Non mi risulta che Pietro Lo Monaco fosse contemporaneamente (e ufficialmente) dirigente di sette o otto squadre. Contesto solo questa (eventuale) sindrome da “dopo di me il vuoto”. I risultati di quest’anno stanno a dimostrare che anche senza Lo Monaco il Catania può fare bene. E posso assicurare, per “visione diretta”, che gli attuali plenipotenziari non stanno per niente “vivacchiando” su pregressi allori. Tutt’altro. In pratica, tralasciando ovvie considerazioni sulle strategie di comunicazione evidentemente antitetiche rispetto al passato, hanno mutato tutta la strutturazione societaria sotto il profilo tecnico, basandola su presupposti talora opposti ai precedenti. Come al solito, il tempo dirà se si sta facendo un buon lavoro, ma i primi risultati paiono confortanti...

-I veri motivi per cui è finita l’avventura di Lo Monaco a Catania, validi o meno che siano, appartengono alla sua storia e a quella di Pulvirenti. Mi sembra che né lo stesso Lo Monaco né il presidente abbiano, direi giustamente, voluto sbandierarli ai quattro venti. E la domanda sorge spontanea: ma a noi interessano? Risponderei fondamentalmente di no. Come detto sopra, era giunto fisiologicamente il momento di chiudere un ciclo e, come sempre capita in questi frangenti, sopraggiungono motivazioni grandi o piccole ad “aiutare” la conclusione di tale processo. Detto questo, ribadendo come la storia non si possa cancellare e come tutto ciò che si è fatto vada a merito dei protagonisti, etc., etc., etc., Pietro Lo Monaco non fa più parte della società Calcio Catania. Quindi, come è normale che sia, scompare dall’attualità calcistica targata Liotru. Non mi pare che i tifosi della Samp vadano ancora dietro a Marotta (che li ha portati in Champions League) o quelli del Napoli a Pierpalolo Marino...


12/04/2008
Ricordate che fine ha fatto la Lazio al “Massimino”? Bene, non dobbiamo dimenticarlo. La differenza fra i biancocelesti e i rossazzurri, lieve in termini tecnici, è la stessa esistente fra Catania e Palermo. Una differenza che, se non supportata da un giusto approccio alla gara, conduce inevitabilmente al disastro. Dunque, se il Catania scenderà in campo al “Barbera” con lo stesso atteggiamento mentale proposto dagli uomini di Petkovic a Catania, il risultato sarà similare. Un errore da non commettere assolutamente. E mi sembra che la società stia facendo di tutto per non commetterlo: silenzio stampa strategico, tendenza a non rispondere alle provocazioni, concentrazione massima negli allenamenti settimanali. L’augurio è che questa meticolosa strategia possa dare i suoi frutti in campo. Perché, carusanza, il Catania ha il dovere di andare a Palermo per vincere! Ero presente il 12/04/2008 alla “Favorita” quando un Palermo senza nessuna pretesa diede il (quasi)colpo di grazia a un Catania con l’acqua alla gola. Ero presente quando l’autore del gol, Miccoli, cominciò a prodursi in simpatici balletti, tricchi e ballacchi. Ero presente quando uno stadio intero intonò: “Serie B, Serie B”. Ero presente quando l’allora A.D. del Catania, tale Pietro Lo Monaco, infuriato come non mai, ebbe a dire di aver finalmente compreso il significato della parola “odio sportivo”. Ebbene, allora il Palermo fece legittimamente quello che l’etica sportiva impone: non regalare niente a nessuno. Il Catania dovrà scendere in campo con lo stesso imperativo categorico. Il tifoso, assistendo al match, non dovrà mai pensare, nemmeno per un momento: “Talia a chissi, ci stanu arrialannu a pattita”. Detto questo, non mi auguro in alcun modo, è una mia posizione personale, che il Palermo retroceda. Preferirei mille volte che a rimanere in A siano squadre del Sud, vista la situazione generale. E, poi, i derby sono belli quando si giocano, non quando si “pensano”. Let’s go, Liotru, let’s go!!!